Il trolley di troppo

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La strada era poco trafficata, arrivò in pochissimo tempo, legò la bici al solito palo sotto casa sua. Entrò nelle scale e per un attimo pensó che se, per qualche motivo, lui non fosse andato a lavorare lo avrebbe trovato lì. Forse doveva suonare il campanello. “No che non lo suono il campanello, questa è ancora casa mia”. Entrò piano. La casa era vuota e silenziosa. Sembrava tutto come al solito, il solito disordine, il letto disfatto, il lavandino del bagno che gocciolava. Il deodorante era lì dove lo aveva lasciato, lo prese e lo mise in borsa. Andò in cucina e si sedette sul divano. Accese una sigaretta, si guardava intorno e le sembrava tutto così normale. I volantini del supermercato abbandonati accanto al minuscolo televisore blu che faceva parte della sua vita da anni, traslocato da uno studentato all’altro, aveva persino comprato uno di quegli aggeggi che le avevano consentito di continuare ad usarlo dopo l’avvento del digitale. Più che un televisore era un compagno di viaggio. Accanto al televisore c’era il frigorifero, si alzò e lo aprì, con sua grande sorpresa vide che era pieno, Carlo aveva fatto la spesa. Mentre lei si distruggeva di dolore e di rabbia, lui era andato al supermercato, aveva preso un carrello e si era messo beatamente a fare la spesa. Mentre per lei il mondo si stava rompendo in mille pezzi e tutto ciò in cui aveva creduto stava vacillando pericolosamente, lui era andato al supermercato, aveva messo dei pomodori in un sacchetto, li aveva pesati e li aveva riposti beatamente nel carrello. Mentre lei decideva di mollare il lavoro e tornare a vivere in Puglia perché il solo pensiero di ricominciare una vita da sola in quella città la terrorizzava, lui sceglieva di comprare una confezione da sei birre anziché la solita da tre. Richiuse il frigo e andò nella stanza da letto. Sulla scrivania, accanto al computer c’era un posacenere, appoggiato sul bordo c’era mezzo spinello. Almeno in questo era stato prevedibile, aveva fumato il suo solito mezzo spinello la sera prima di andare a letto e ne avrebbe fumato l’altra metà appena tornato da lavoro. “Ma non oggi. Oggi me lo fumo io, così almeno un piccolo scompenso nella tua vita così perfetta lo avrai anche tu, stronzo.” Mentre lo accendeva pensava che veramente a volte non c’è limite al peggio. Prima di aprire quel frigorifero era convinta che anche lui stesse soffrendo e invece non era così. Anzi. Una qualsiasi normale persona sarebbe certamente andata a fare la spesa anche se tristissima. Ma non Carlo. Carlo odiava fare la spesa e non era un tipo particolarmente predisposto nel cucinare o nel mangiare. Quando era depresso poteva saltare senza accorgersene uno o più pasti. Il fatto che fosse uscito a fare la spesa dimostrava che era proprio euforico, persino contento.
Le girava un poco la testa, ma continuò a fumare lo spinello, sedendosi sul bordo del letto. Quella stanza le era piaciuta subito, appena l’agente immobiliare gliel’aveva fatta vedere. Era luminosa e accogliente, aveva passato molti momenti davvero piacevoli in quella stanza e ora ne stava passando uno veramente orribile. Dall’armadio aperto poteva vedere il televisore che avevano piazzato all’interno perché non avevano avuto voglia di montare una mensola. Ripensò al fatto che quando avevano deciso di mettere il televisore nell’armadio aveva pensato che questa decisione diceva molto su entrambi: erano due persone molto pigre, non provavano alcun interesse in attività manuali o di bricolage. Continuò a guardarsi intorno e vide la tenda bianca su cui aveva applicato delle farfalle colorate, le aveva cucite una per una, seguendo una linea curva. Ci aveva passato un intero pomeriggio a completare l’opera, prima le aveva posizionate con delle spille da balia, facendo su e giù dalla scala per vedere da lontano che effetto facevano e infine le aveva cucite alla tenda. E le era piaciuto farlo, quindi in fondo non era così pigra o disinteressata alle attività manuali. Anche il quadro appeso al muro con le loro foto era stata opera sua, ci aveva impiegato molto meno rispetto ad applicare le farfalle alla tenda però si era comunque presa la briga di farlo. Riflettendoci, ogni oggetto che arredava la casa era opera sua e ogni cosa che avrebbe necessitato della collaborazione di Carlo non era stata mai realizzata, come mettere una mensola su cui poggiare il televisore. Se fosse stata in grado di farlo da sola, molto probabilmente in quell’armadio ci sarebbero stati dei vestiti e le ante sarebbero chiuse e la stanza avrebbe avuto un aspetto decisamente migliore. Non capiva se stava pensando a tutte queste cose perché stava cominciando ad elaborare la rottura con Carlo o perché aveva appena fumato quel mezzo spinello e quindi stava pensando cose a caso.

Decise comunque che doveva andarsene, magari prima doveva prendere qualcos’altro che poteva servirle, a parte il deodorante. Andò nello sgabuzzino e prese un trolley e tornò in camera da letto, aprì il suo armadio e cominciò a infilare nel trolley quanti più vestiti riusciva. Andò in bagno e prese il phon, il suo accappatoio e già che c’era anche lo shampoo e il balsamo. Mise tutto nel trolley, prese la borsa e uscì.

Arrivata giù si rese conto che era arrivata in bici e che non avrebbe potuto caricare un trolley sulla bici. Si sedette sul marciapiedi, accese una sigaretta e si mise a ridere. E piangere. Rideva e piangeva.

Non si accorse del ragazzo che le si avvicinò finché lui non le parlò:

– Ehi tutto bene? – Era un ragazzo di colore, probabilmente uno di quelli che ciondolava spesso nel parchetto alle loro spalle. Si alzò di scatto, un po’ impaurita. – Si si tutto bene. – E perché piangi allora? Le bruciavano gli occhi, di sicuro erano tutti arrossati. – E’ solo una brutta giornata – Intanto pensava a come svincolarsi da questa situazione, il ragazzo non sembrava avere brutte intenzioni, ma comunque restava lì a fissarla. Non voleva indispettirlo e allo stesso tempo non sapeva come fare ad andarsene con il trolley e con la bici che era sempre lì, legata al palo. Quella bici che per lei era stata tante volte una salvezza. A Bologna era facile fare brutti incontri, specialmente di notte, e sapere di poter montare in bici e scappare via la faceva sentire tranquilla e spesso la sua bici l’aveva tirata fuori da situazioni ambigue come questa.

Intorno a loro non c’era nessuno, solo macchine che passavano e che certamente non si sarebbero fermate se lei avesse avuto bisogno di aiuto. – Ti ringrazio per esserti fermato ma, davvero, sto bene, puoi anche andare – Devi andare in stazione? – disse lui guardando il trolley – No no – Se vuoi ti accompagno tanto vado anche io da quella parte – No grazie, non vado in stazione. Io abito qui. – Indicò il portone di quella che fino a ieri era casa sua e pensò che forse non era una buona idea mostrare a quel ragazzo casa sua ma, allo stesso tempo, se se ne fosse andata a piedi lui forse l’avrebbe seguita. Insomma non aveva alternative. Prese il trolley e si diresse verso il portone.

– Ok allora ciao e cerca di essere felice, hai degli occhi belli, non farli piangere.

Lei tirò fuori le chiavi dalla borsa, aprì il portone e salì di nuovo in casa. Andò alla finestra e sbirciò. Il ragazzo si era seduto sul marciapiedi, proprio accanto alla sua bici, quasi sicuramente ignaro che quella fosse la sua bici e quasi sicuramente aveva deciso di sedersi lì perché per lui un posto valeva l’altro.

Guardò l’ora sul cellulare e vide che mancavano due ore al ritorno di Carlo. C’era anche un messaggio di sua cugina “Tutto bene Fra? A che ora torni?”. Era sempre stata protettiva nei suoi confronti, ma in questo periodo lo era anche di più, era preoccupata per come stava reagendo alla rottura con Carlo. E in fondo era preoccupata per niente dato che le sembrava di non aver avuto nessuna reazione, per ora. In effetti non aveva fatto altro che prendere lo stretto necessario e andarsene da casa. Carlo poi evitava ogni possibile contatto, addirittura non le rispondeva al telefono se lo chiamava. Non rispondeva alle sue chiamate ma rispondeva ai messaggi, quasi come se avesse bisogno di un filtro per comunicare con lei. Si sarebbe preso un colpo se l’avesse trovata lì tornato da lavoro. E lei non voleva incontrarlo, non senza un discorso preparato alla perfezione.

Così fece l’unica cosa che poteva fare, lasciò il trolley in casa e uscì, pronta a rispondere a tono a quel ragazzo se le avesse detto qualcosa di sconveniente.

Arrivata giù in strada, vide il ragazzo sempre seduto sul marciapiedi che guardava per terra, quando gli si avvicinò lui la guardò, ma adesso le sembrò un’altra persona, i suoi occhi erano diventati rossi e spenti, evidentemente si era seduto lì per drogarsi. Gli passò accanto, tolse il lucchetto alla bici e se ne andò pedalando piano piano. Non era la prima volta che vedeva un ragazzo fatto di eroina, ma rimase colpita dal cambiamento dell’espressione del volto in così pochi minuti. Si girò un attimo a guardarlo mentre si allontanava e lui era tornato a guardare l’asfalto.

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Il deodorante. O quello che rappresenta

Pedalare nel caldo della città non le sembrava più così spiacevole come una volta. Il sole di Bologna le scaldava la pelle ma non si abbronzava mai, ogni volta che tornava giù per le vacanze estive era bianchissima, quasi grigiastra . Svoltò in una traversa di via Irnerio e si fermò vicino al primo portone, si sedette su un gradino all’ombra del portico, prese il telefono guardò l’orario. Le tredici e dieci. Lui era in pausa pranzo quindi, se avesse voluto, avrebbe potuto rispondere al telefono. Lo chiamò e lui di nuovo non rispose. In realtà, se avesse risposto, non avrebbe saputo cosa dirgli. Chiamò Davide
– Ehi Dà che fai?
– Mangio un panino in Piazza Verdi. Mi raggiungi?
– No
– Dove sei?
– Niente sono in giro in bici. Stasera beviamo un bicchiere di vino insieme?
– Non fa un po’ troppo caldo per starsene in giro in bici? Comunque ci sto per un bicchiere di vino, anche due! Io finisco di lavorare alle sei, passi dalla biblioteca?
– Ok
– Ehi
– Dimmi
– Sei ancora dell’idea di andare via?
– Si
– E che ci vai a fare giù in Puglia?
– Boh
– Bene – rise – stasera ne parliamo
– Se vuoi si ciao
– Ciao
Cosa avrebbe fatto senza Davide e Valeria non lo riusciva proprio a immaginare. Li conosceva da relativamente poco tempo e i momenti passati con loro erano assolutamente legati a Carlo. Li aveva conosciuti una sera in un parco, ad una festa, o qualcosa del genere. Carlo aveva riconosciuto Valeria, era la ex di un suo vecchio coinquilino, non la vedeva da un paio di anni, si erano salutati e lei li aveva invitati a sedersi con lei e il suo ragazzo Davide. Avevano iniziato a chiacchierare tutti e quattro, si erano trovati bene da subito. Davide aveva fatto una battuta su quanto fosse stupida la gente che credeva negli oroscopi e lei aveva capito che forse finalmente aveva incontrato due persone con cui poter passare piacevolmente del tempo. Uno dei problemi che all’epoca aveva era proprio trovare gente con cui sentirsi a proprio agio, gente interessante con cui stringere i rapporti, la maggior parte delle persone che incontrava le sembravano superficiali e, diciamolo, noiose.
Davide e Valeria erano una bella coppia, amavano stare in giro a bere birra nelle serate tiepide, erano gentili e ospitali, leggevano libri, guardavano le serie tv, lavoravano facendosi sfruttare il meno possibile e lei si sentiva molto fortunata ad averli incontrati. Si sentì ancora più fortunata a sapere che erano nella sua vita dopo che questa cambiò, il giorno che Carlo le disse quella frase che ancora adesso le sembrava assurda per come l’aveva formulata “Francè noi ci dobbiamo lasciare”. Non disse che lui la voleva lasciare e neanche che la doveva lasciare. Disse che si dovevano lasciare come se lei dovesse essere d’accordo con lui in quella scelta. Ma lei non era d’accordo. A lei piaceva quella vita, le piaceva il loro bilocale in affitto a porta San felice, le piaceva tornare da lavoro e avere la casa tutta per sé e le piaceva anche quando lui tornava da lavoro, bere una birra insieme e raccontarsi la giornata. Le piacevano le loro uscite per andare al ristorante giapponese, le domeniche passate in pigiama a giocare ai videogiochi, le serate a guardare serie tv una puntata dopo l’altra finché uno dei due, di solito lei, non si addormentava. No, lei non pensava che si dovessero lasciare e accettarlo le sembrava impossibile. Sperava, come accade a tutte le persone che vengono lasciate loro malgrado, di svegliarsi e accorgersi di aver fatto solo un brutto sogno o, più realisticamente, sperava che lui si accorgesse di aver fatto una grande cazzata e che la implorasse di tornare con lei. Sarebbe stato sufficiente chiederlo, non ci sarebbe stato alcun bisogno di implorare.
Un anziano signore che doveva entrare nel palazzo la distolse da questi pensieri. Si rimise in cammino, poche pedalate ed era a casa di sua cugina. Entrò con le sue chiavi, Briscola la accolse scodinzolando, felice di vedere finalmente qualcuno. La casa era come al solito, perfettamente in ordine, si sedette sul divano e accese una sigaretta. E poi un’altra sigaretta. Briscola nel frattempo era salita sul divano, e si lasciava accarezzare, finché non sentì la porta aprirsi e dunque si fiondò giù per terra per evitare una bella ramanzina.
– Ehi Fra come stai? Hai fame? Io ho famissima. Ho comprato le zucchine e ci prepariamo un bel risotto con zucchine e gamberetti. Però Lorenzo arriva tra mezz’ora, forse per il risotto ci vuole più tempo che dici? Potremmo fare la pasta, così si fa prima che dici?
– Si si, la pasta va bene.
– Ok allora facciamo la pasta. Com’è andata la mattinata? A lavoro mi sono stressata tantissimo, la gente veramente a volte sembra che si alzi la mattina con l’intenzione di rompere le scatole al prossimo. Guarda non ti sto neanche a raccontare se no mi incazzo di nuovo. Sai che facciamo oggi? Quando esco da lavoro andiamo a fare un bel giro per i negozi che dici?
– No oggi mi vedo con Davide.
– Davide? Il ragazzo di Valeria? E lei non viene con voi?
– Non so, forse ci raggiunge dopo, finisce sempre tardi di lavorare
– Eh ma stai attenta…
– A che?
– Eh sai com’è, la solita storia dell’amico che ti vuole consolare perché ti sei lasciata col ragazzo e poi alla fine ci prova
– Ma va, Davide non è proprio quel tipo di persona
– Vabbè mi saprai dire. Ah ecco, quasi mi dimenticavo, ti volevo dire che se vuoi mi puoi dare delle cose da lavare, devo fare la lavatrice così almeno la riempio.
– Si qualcosa da lavare ce l’ho.
– Ma non devi andare a prendere il resto della tua roba? Hai solo quella valigia piccola piccola.
– Si, mi mancano tante cose, dovrei proprio andarci oggi. Ho lasciato lì praticamente tutto, anche il mio deodorante.
– Vabbè quello te lo puoi pure ricomprare – rise –
– Cristo, non ci avevo proprio pensato.
– A cosa?
– Che me lo posso ricomprare. Me lo posso ricomprare!
– Già, non ti perdere in un bicchiere d’acqua. Quanta pasta vuoi?hai tanta fame o poca fame? La butto adesso, tanto tra due minuti Lorenzo è qua.
Si alzò dal divano di scatto.
– Devo uscire. Lasciami un po’ di pasta, la mangio quando torno.
– E dove vai?
– Torno presto, vado e torno.
– Si ma dove? Scusa mangia prima e poi vai,no?
– No Sara, devo andare adesso.
– Ma mica vai da Carlo?
– No no, lui è a lavoro.
Prese le chiavi e le sigarette dal tavolino accanto al divano e uscì prima che Sara potesse farle altre domande.
“Col cazzo che mi ricompro il deodorante. È lì a casa mia insieme a tutto il resto delle mie cose e questo stronzo neanche mi risponde al telefono e magari lo usa lui il mio deodorante, cosa che oltretutto ha sempre fatto. Adesso vado lì, mi riprendo il mio deodorante e domani sarà lui a doversi far venire in mente che se lo può pure ricomprare un cazzo di deodorante.” Pensava mentre scendeva le scale, uscì dal portone e si diresse verso la rastrelliera delle bici. Alzando lo sguardo vide Lorenzo che le sorrideva
– Ehi dove vai? – le disse
– Vado a casa mia a riprendermi il mio deodorante.
– Il tuo …?
– Il mio deodorante!
– Puoi usare il mio se vuoi, ci sono 40 gradi e sono le due del pomeriggio
– Si lo so, sono pazza, comunque voglio il mio deodorante, quello che ho lasciato sulla mensola dello specchio in quello che fino a ieri era il mio bagno.
– Ok, ho capito. Non è per il deodorante, è per quello che rappresenta. – rise-
Salì sulla bici
– Si infatti ma non fa ridere.
– Presto ci rideremo insieme di questa storia del deodorante. – Disse mentre camminava verso il portone di casa sua.
“Infatti non è per il deodorante ma per quello che rappresenta, cioè l’insieme di tutte le cose che mi appartengono e che ho dovuto lasciare lì perché ero troppo triste e incazzata per ricordarmi di prendere”.